Usa, non rilascia licenze per nozze gay: in cella | Tempi.it

settembre 4, 2015Redazione

Finisce in un «pazzesco cortocircuito» la vicenda di una county clerk del Kentucky che si rifiuta di “timbrare” nozze omosessuali. E il suo caso non è unico

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Giovedì 3 settembre ad Ashland, Kentucky, la segretaria della contea di Rowan Kim Davis è stata incarcerata per decisione del giudice distrettuale David Bunning. Si tratta dell’esito di «un cortocircuito pazzesco nel paese delle libertà», come osserva il Foglio in un editoriale, dal momento che la Davis è stata tradotta in carcere a causa delle sue convinzioni: il motivo dell’arresto infatti, sintetizza il Corriere della Sera, è che l’impiegata «per settimane si è rifiutata di rilasciare licenze matrimoniali alle coppie gay, nonostante la sentenza della Corte suprema che ha esteso a tutti gli Stati Uniti il diritto degli omosessuali di formalizzare le loro unioni».

OBIEZIONE. La Davis, che non è la sola pubblica funzionaria negli Stati Uniti a dichiararsi obiettore di coscienza rispetto al same-sex marriage (vedi per esempio, sempre in Kentucky, il caso di Casey Davis, che tempi.it ha intervistato a luglio), è cristiana apostolica e ritiene che il suo rifiuto sia un diritto ricompreso nell’espressione della libertà religiosa. Niente licenze per i matrimoni tra persone dello stesso sesso sotto la sua responsabilità: «La mia coscienza non me lo permette». Le coppie gay che intendono vedersi riconosciute le nozze – ha detto la Davis all’origine della contesa, reagendo agli esposti contro di lei – possono rivolgersi agli uffici di altre contee.

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IN CARCERE. Secondo il giudice, però, «le sue convinzioni di fede non sono una linea di difesa praticabile» e «il giuramento che ha pronunciato significa qualcosa». Come spiega per esempio Usa Today, Bunning ha dichiarato che potrebbe ritirare il provvedimento di arresto se altri impiegati della contea di Rowan accetteranno di rilasciare le licenze richieste al posto della Davis, dicendosi tuttavia restio a liberare la donna oggi (venerdì 4 settembre), perché potrebbe mettersi di traverso e ostacolare il disbrigo delle pratiche, che secondo i suoi legali non può essere autorizzato senza il suo consenso.

L’AMORE VINCE. Di qui il «cortocircuito» descritto dal Foglio, reso ancora più «pazzesco» dal fatto che ieri, prima dell’arresto della Davis, davanti ai suoi uffici si sono radunate due piccole folle contrapposte di suoi sostenitori e di suoi accusatori, e questi ultimi esponevano cartelli con scritto «#LoveWins» (l’amore vince), lo slogan coniato da Barack Obama per festeggiare la legalizzazione delle nozze gay decisa dalla Corte suprema. Le stesse coppie che hanno portato il caso Davis in tribunale si dividono sugli esiti di questa storia. April Miller, coinvolta nella vicenda giudiziaria insieme alla sua compagna Karen Roberts, si è detta ben felice di poter celebrare «un giorno molto importante per le nostre vite», ma «rattristata dal fatto che la signora Davis sia stata incarcerata». Mentre Laura Landenwich, avvocato, replica che la donna arrestata «non è una martire. Nessuno ha creato una martire oggi», perché la Davis poteva decidere di osservare la legge e non lo ha fatto.

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«UN MESSAGGIO FORTE». Dallo stesso Kentucky è arrivato anche il commento di Timothy Love, uno dei querelanti coinvolti nei matrimoni gay esaminati dalla Corte suprema Usa per arrivare alla «storica» sentenza: «Sono contento – ha detto – che il tribunale abbia fatto capire con un messaggio forte che si deve seguire la legge».

Foto Ansa/Ap

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