Dio perdoni gli inglesi

di Rino Camilleri

Gianfranco Amato, avvocato ed editorialista di Avvenire e di CulturaCattolica.it, segue da tempo quel accade in Gran Bretagna, diventata ormai la patria e il laboratorio del politically correct più ossessivo. Il suo ultimo libro, I nuovi Unni. Il ruolo della Gran Bretagna nell’imbarbarimento della civiltà occidentale (Fede & Cultura), raccoglie i suoi articoli sul tema ed è preceduta da una significativa cronistoria del perché e il percome il Regno Unito sia diventato quel che è. Continua a leggere

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ADERITE ALL’APPELLO affinchè al prossimo G8 l’Italia alzi la voce in difesa dei cristiani perseguitati

Non passa giorno senza che non ci pervengano notizie sulle persecuzioni contro i cristiani nel mondo. Barbari attentati durante celebrazioni rituali cristiane; legislazioni punitive nei confronti delle minoranze cristiane; persecuzioni indiscriminate e disumane. Non più tardi di due domeniche fa, tra il Kenya e la Nigeria, ventuno persone hanno pagato con la vita l’appartenenza alla fede in Cristo.Crediamo sia urgente raccogliere l’invito che arriva ormai da molte parti a che l’Italia assuma un ruolo di primo piano nella denuncia, presso i maggiori organismi internazionali e intergovernativi – dalle Nazioni Unite, passando per il Consiglio Europeo, fino al G20 e al G8 -, dell’odio anticristiano.Spesso il mondo musulmano, nella sua declinazione di ummah, di comunità islamica transfrontaliera, ha dato prova di sapere reagire, non sempre a ragione, a quelli che erano percepiti come attacchi verbali e fisici al proprio credo e ai propri fratelli, raccogliendo il sostegno dell’Onu. Ci pare urgente che l’Occidente ritrovi un forte senso della comune identità cristiana, anche attraverso un’azione di governo corale a livello internazionale già a partire del prossimo G8 di Camp David.

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Siria, non è guerra contro i cristiani, ma fra alawiti e sunniti

Fonti di AsiaNews criticano la strumentalizzazione degli attacchi contro i cristiani avvenuti in questi giorni. Essi sono frutto della guerra e non di una persecuzione pianificata. A tutt’oggi nessuna chiesa è stata bersaglio di attacchi mirati da parte degli estremisti islamici o del regime.

Damasco (AsiaNews) – “In Siria è prematuro parlare di odio religioso contro i cristiani. In un anno di conflitto gli estremisti islamici non hanno attaccato nemmeno una chiesa”. Lo affermano fonti di AsiaNews in Siria, che correggono le notizie di attacchi mirati contro i cristiani pubblicate in questi giorni dai media occidentali. Le fonti spiegano che “l’aggressione contro p.  padre George Louis, parroco della chiesa greco cattolica di San Michele di Qara e la cacciata delle famiglie dal villaggio di Al Borj Al Qastal, sono fatti molto gravi. Tuttavia sono frutto del clima di guerra, violenza e assenza di legge di cui è vittima il Paese. A tutt’oggi  le relazioni fra cristiani e musulmani sono uno dei pochi aspetti positivi in un clima di violenza efferata”.

Lo scorso 11 maggio a Qara alcuni uomini armati hanno aggredito p. George Luis  nella sua abitazione, per estorcergli del denaro. Essi hanno colpito il religioso fino a tramortirlo e lo hanno legato e imbavagliato per evitare che desse l’allarme. Solo dopo diverse ore p. George è riuscito a chiamare uno dei suoi parrocchiani per chiedere aiuto. Lo stesso giorno ad al-Borj al- Qastal, i miliziani del Free Syrian Army avrebbero cacciato 10 famiglie cristiane e occupato le loro abitazioni. Finora è ancora incerto se essi siano stati espulsi o abbiano abbandonato le abitazioni di propria volontà. Un situazione simile si è verificata a Homs a fine marzo. I media occidentali hanno riportato la cacciata di oltre 50mila cristiani dalla città in mano ai ribelli islamici, ma la notizia è stata smentita dalla locale comunità dei gesuiti, che hanno invece parlato di un esilio volontario per sfuggire alle violenze.

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Islamabad: contro le persecuzioni, Paul Bhatti lancia l’Università delle arti e delle religioni

L’idea lanciata durante un seminario dedicato alle conversioni forzate. Contro il fenomeno che colpisce i non musulmani sono necessarie nuove leggi. Ma solo l’istruzione porterà un vero progresso della nazione. Fra le proposte, poli tecnologici nelle aree povere e rurali con quote per le minoranze.

Islamabad (AsiaNews) – Istruzione e conoscenza sono la via per combattere ingiustizie sociali, emarginazione e violenze che colpiscono le vittime delle conversioni forzate in Pakistan. È quanto ha sottolineato Paul Bhatti, consigliere speciale del premier Gilani per l’Armonia nazionale, durante il seminario organizzato ieri a Islamabad dal suo dicastero e dal governo centrale, intitolato “Fermare le conversioni religiose forzate”. Egli ha inoltre indicato due proposte per migliorare il livello di educazione nel Paese: fondare una università nella capitale dedicata allo studio delle Arti e delle religioni e dar vita a un Poli tecnologici nelle aree rurali, con “una quota speciale riservata ai membri delle minoranze”.

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Indonesia – Molucche, assaltato un quartiere cristiano

di Mathias Hariyadi

Ignoti hanno incendiato case e auto. Decine di famiglie hanno abbandonato le proprie abitazioni per paura di nuovi attacchi. Gli scontri sono iniziati lo scorso 14 maggio durante le celebrazioni per l’eroe indonesiano Thomas Matulessy. La polizia esclude la matrice islamica.

Jakarta (AsiaNews) – Da tre giorni si susseguono scontri ad Ambon (Molucche) dove questa notte un gruppo di persone non ancora identificato ha incendiato abitazioni e motociclette in un quartiere a maggioranza cristiana. Fonti di AsiaNews raccontano che decine di famiglie hanno abbandonato le proprie case per paura di attacchi.  In molti temono il coinvolgimento di gruppi estremisti islamici.

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Sri Lanka, sì del governo al terzo figlio. Ma solo per le Forze armate

di Melani Manel Perera

L’esecutivo del presidente Rajapaksa assegna 100mila rupie (circa 600 euro) di incentivi alle famiglie di Marina, Aviazione, Esercito e Polizia. Per un sacerdote anglicano, è il tentativo di creare una popolazione a piena maggioranza singalese e buddista. Critiche di attivisti per i diritti umani: si rischia una crisi etnica

Colombo (AsiaNews) – Il governo dello Sri Lanka ha deciso di assegnare 100mila rupie (circa 600 euro) alle famiglie di Marina, Aviazione, Esercito e Polizia che decidono di avere un terzo figlio. Secondo p. Matimuttu Sathivel, sacerdote anglicano e attivista per i diritti umani, è una mossa discriminatoria nei confronti del resto della popolazione. Per questo, il religioso insieme all’attivista buddista Priyadharshani Ariyaratha ha registrato una Dichiarazione di pubblico interesse contro il governo dello Sri Lanka, affinché estenda questo incentivo a tutte le famiglie del Paese.

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Laos – Vietato pregare in casa ed esporre croci sui muri della case

Savannakhet (Agenzia Fides) – E’ vietato pregare in casa; si devono abbattere o rimuovere le croci che sono appese alle pareti esterne delle case dei cristiani: è quanto ordinato dalle autorità distrettuali di Phin, nella provincia di Savannakhet, ai fedeli locali. Come appresso dall’Agenzia Fides, la repressione e l’abuso sulla libertà religiosa verso le comunità cristiane locali si sta intensificando nella provincia.

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Pakistan – “Conversioni forzate” frutto di povertà e ignoranza: urge un intervento normativo

Islamabad (Agenzia Fides) – Sono la povertà, l’analfabetismo, l’ignoranza e l’ingiustizia sociale le cause principali del fenomeno delle “conversioni forzate” che affligge il Pakistan. Per contrastarlo urgono nuovi strumenti normativi. E’ quanto emerso da un seminario organizzato ieri a Islamabad dal Ministero Federale per l’Armonia, intitolato “Per fermare la conversione forzata della religione”. Come anticipato dall’Agenzia Fides (vedi Fides 12/4/2012), il governo federale ha deciso di porre una speciale attenzione all’annosa questione, che riguarda circa 1.000 ragazze cristiane e indù convertite all’islam ogni anno, e segnalata da rapporti e denunce della società civile e della Chiesa.

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Canada: in pericolo la libertà di coscienza e di religione

La nuova lettera pastorale dei vescovi del Paese nordamericano

di Paul De Maeyer

ROMA, martedì, 15 maggio 2012 (ZENIT.org) – La Conferenza dei vescovi cattolici del Canada ha pubblicato lunedì 14 maggio una Lettera pastorale sulla libertà di coscienza e di religione. Nel documento, disponibile sul sito internet della CCCB/CECC in inglese e in francese, il Consiglio permanente dei vescovi del Paese nordamericano esprime preoccupazione per il “relativismo aggressivo” che tenta di relegare la religione alla sfera privata.

Rivolgendosi alle “persone di buona volontà”, l’obiettivo dei vescovi è di “sensibilizzare” tutti i cittadini canadesi, uomini e donne, sui diritti della libertà di coscienza e di religione, “essenziali al bene comune”.

“Dei recenti avvenimenti internazionali e nazionali comportano un insieme inquietante di minacce alla libertà di coscienza e alla libertà religiosa”, scrivono i vescovi, ribadendo che la Chiesa cattolica “promuove e difende queste libertà, che trovano il loro fondamento nella Sacra Scrittura e la loro conferma nella riflessione razionale”.

Il diritto alla libertà di coscienza e di religione “deriva dalla dignità unica della persona umana creata all’immagine di Dio e dotata di ragione e di libera volontà”, ricorda il documento. Per questo, prosegue il testo, “in una società democratica, è essenziale che ogni persona abbia la libertà di corrispondere alla verità della sua propria natura, in quanto essere umano creato da Dio e destinato a trovare in Lui il suo compimento”.

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Pakistan – Gojra: leader musulmani scagionano giovane cristiano da false accuse di blasfemia

di Shafique Khokhar

Alla base della denuncia un diverbio fra Muhammad Boota e Asif Masih. La testimonianza di alcuni proprietari terrieri e di diversi abitanti hanno portato alla sua liberazione. Decisiva la parola di Chaudhary Khalid Cheema, che bolla come “ripugnante” l’accusa verso il ragazzo. Attivista cristiano elogia il comportamento di polizia e autorità.

Gojra (AsiaNews) – La collaborazione fra cristiani e musulmani, il desiderio di verità e la ferma volontà di scongiurare tensioni interconfessionali hanno portato alla risoluzione di una controversia, che rischiava di sfociare in un’accusa di blasfemia – punita con la pena di morte o il carcere a vita in Pakistan – a carico di un giovane cristiano. Per i leader della minoranza religiosa è un fatto significativo, che testimonia l’importanza del dialogo, dell’armonia fra fedeli delle due religioni e l’importanza di punire gli abusi che vengono perpetrati in base alla “legge nera”. Dai vertici del movimento cattolico di Giustizia e Pace arriva inoltre la richiesta di un perdono finale a carico dell’uomo che ha lanciato false accuse: un gesto, spiega Peter Jacob, che “avvicinerebbe ancor più le due comunità”.

La vicenda è iniziata il 7 maggio scorso: Muhammad Boota, 55 anni, con la complicità di Muhammad Shabbir ha accusato ingiustamente di blasfemia il 24enne cristiano Asif Masih, figlio di Gulzar Masih, originari di Kathore, villaggio nei pressi di Gojra, cittadina del distretto di Toba Tek Singh (Punjab) teatro di un attacco contro la minoranza religiosa nel 2009 che ha portato alla morte di diverse persone (cfr. AsiaNews 02/08/2009 Otto cristiani arsi vivi nel Punjab). La coppia di uomini ha denunciato il giovane, perché avrebbe ingiuriato il nome del profeta Maometto. La polizia è subito intervenuta, fermato Asif Masih per il reato di blasfemia.

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Gruppi radicali islamici soffiano sul conflitto che contagia il Libano

Beirut (Agenzia Fides) – Gruppi radicali islamici soffiano sul conflitto siriano e vogliono contagiare il Libano: è l’allarme lanciato all’Agenzia Fides da p. Paul Karam, Direttore Nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Libano. P. Karam, commentando i recenti scontri fra alawiti e sunniti in Libano, afferma: “Siamo molto preoccupati per due motivi: il flusso di rifugiati siriani continua nel Nord del Libano, inoltre il conflitto si sta propagando in Libano. Accade per interessi politici che calpestano i diritti umani, e per la fragilità del nostro paese, composito mosaico etnico-religioso. Si trova qui la componente determinante di movimenti fanatici islamici che soffiano sull’aspetto religioso, fomentando l’odio fra comunità”. P. Karam ribadisce che “la violenza non ha mai risolto nulla: la strada per la riconciliazione è il dialogo, il rispetto dell’altro, il tenere a mente il bene del paese”.

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La radicalizzazione dell’islam e la risposta dell’Occidente

Intervista con padre Samir Khalil Samir, S.I., islamologo ed esperto di cultura araba

ROMA, lunedì, 14 maggio 2012 (ZENIT.org) – Padre Samir Khalil Samir, S.I., è autore, professore di Teologia cattolica e di Studi islamici presso la St Joseph University a Beirut, in Libano, e consultore di vari esponenti ecclesiastici e politici. In collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), Mark Riedemann lo ha intervistato per Where God Weeps (Dove Dio Piange) sulla crescente radicalizzazione dell’islam e le sue implicazioni per la politica dell’Occidente.

Purtroppo si registra una crescente radicalizzazione dell’islam. Ci può spiegare il perché e dove ci porterà?

Padre Samir Khalil Samir: La radicalizzazione è iniziata con i Fratelli Musulmani alla fine degli anni ’20 del secolo scorso, in particolare dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e la caduta dell’Impero Ottomano – l’ultimo impero musulmano – nel 1923-24, che dopo 1.300 anni segnò la fine del Califfato. Inoltre c’è stata la secolarizzazione della Turchia. I musulmani non sapevano cosa fare. Si chiedevano chi sarebbe stato il nuovo Califfo: l’Arabia Saudita, l’Egitto? Non trovano nessuno capace di rilevare questo impero. Nacque un movimento che disse: “noi dobbiamo islamizzare i Paesi musulmani. Sono troppo occidentalizzati”. Ed era vero: il loro sistema giuridico era basato sui sistemi francesi, svizzeri ecc. Così hanno fondato i Fratelli Musulmani. La loro intenzione era di rendere la società più musulmana. Sono nati come movimento politico in Egitto. All’inizio respingevano assolutamente la violenza ma, col tempo, la violenza è diventata parte della lotta contro la Rivoluzione socialista del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser. I Fratelli Musulmani venivano perseguitati, incarcerati o uccisi. Poi hanno organizzato la resistenza e l’opposizione, diventando, ogni anno, più violenti.

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Pubblicità offensiva contro il Papa, mea culpa e riparazione di Benetton

Con una nota diffusa alla stampa e compiendo “un atto di liberalità a favore di un’attività caritativa della Chiesa”, il Gruppo Benetton ha ammesso “pubblicamente di aver urtato la sensibilità dei credenti” e riconosciuto che “l’immagine del Papa va rispettata e può essere usata solo previa autorizzazione della Santa Sede”. Lo sottolinea il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, che commenta la nota emessa venerdì scorso dal Gruppo Benetton in merito ai manifesti con un fotomontaggio in cui Benedetto XVI sembrava baciare in bocca un imam.

Da parte sua, precisa oggi il portavoce, “la Santa Sede non ha voluto chiedere risarcimenti di natura economica, ma ha voluto ottenere il risarcimento morale del riconoscimento dell’abuso compiuto e affermare la sua volontà di difendere anche con mezzi legali l’immagine del Papa”. E dunque “invece di un risarcimento economico è stato chiesto ed ottenuto dal Gruppo Benetton un atto di liberalità, limitato, ma effettivo, nei confronti di un’attività caritativa della Chiesa.

“Si chiude così, anche dal punto di vista legale, un episodio molto spiacevole, che – afferma padre Lombardi – non avrebbe dovuto avvenire, ma dal quale si spera di ricavare una lezione di doveroso rispetto per l’immagine del Papa, come di ogni altra persona, e della sensibilità dei fedeli”. Padre Lombardi tiene a spiegare però che alla positiva conclusione della vicenda si è arrivati “in base ad un accordo transattivo, del confronto fra i legali della Santa Sede, avvocati Giorgio Assumma e Marcello Mustilli, e quelli del Gruppo, confronto che ha avuto luogo, come era stato annunciato, ed era rimasto aperto finora”.

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I cristiani: cartina tornasole del nuovo mondo arabo

«In Medio Oriente non si può parlare di laicità, semmai di piena cittadinanza». E’ questa la vera sfida per padre Pierbattista Pizzaballa, tra i relatori del seminario «I cristiani nel mondo arabo, un anno dopo la primavera araba» promosso il 9 maggio a Bruxelles dalla Comece (Commissione delle Conferenze episcopali europee). Nel suo intervento il Custode di Terra Santa ha sottolineato come in Israele e nei Paesi arabi la religione non sia un’esperienza individuale, ma il tratto distintivo di ogni gruppo che in quanto tale ha propri usi e costumi, tradizioni e stili di vita. Non si deve dunque aspirare ad un Medio Oriente laico ma «dialogare perché sia riconosciuta la piena cittadinanza a tutti i cittadini, di qualsiasi credo». Prima dell’incontro, Aiuto alla Chiesa che Soffre ha intervistato il francescano raccogliendo il suo invito a non pretendere un cambiamento immediato. «La primavera araba ha scatenato due reazioni opposte – ha detto padre Pizzaballa – un grande entusiasmo e una forte preoccupazione». Tuttavia negli ultimi quarant’anni i Paesi arabi hanno conosciuto esclusivamente la stabilità e l’immobilismo dei regimi, e riemergere dallo «status quo» richiede un processo lungo e graduale. «Non possiamo aspettarci che, dopo decenni di governi non democratici, il Medio Oriente viva una trasformazione talmente positiva da generare dinamiche sociali serene. Dobbiamo compiere tutti i passi necessari». Un banco di prova è rappresentato oggi dalle nuove Costituzioni che devono essere riscritte e al tempo stesso riflettere l’identità dei partiti: «un ulteriore innesco di tensioni e malintesi».

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